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sabato 25 gennaio 2014

Stakanov a confronto è un dilettante

Mia madre è cattolica. Nonostante questo ha fornito me e mia sorella di un'educazione calvinista e di una serie di massime, del tenore di "Noi siamo solo ciucci da lavoro ed è quello che faremo per tutta la vita". Se al liceo ridevo di questa cosa, entrando nella vita vera mi rendo conto dei danni che un'educazione di questo tenore possono portare alla psiche di una ragazza ventenne [che poi Platypus sono quasi 22, nonostante tu provi a negare]. A questi retaggi di traumi infantili, aggiungiamo il mio miglior amico G., che mi ripete sempre questa simpatica frasetta, quando mi vede sollazzarmi invece di studiare: "Fare il proprio dovere è solo fare la metà di quanto si dovrebbe fare". Si può ben capire come a questo punto il mio senso di colpa sia diventato cronico ogni volta che mi rilasso, o che ci provo.

Il problema fondamentale, quindi, è che adesso il mio Super Io decide per me. Tipo, c'è un lavoro da fare all'ultimo minuto? Here I am. C'è un lavoro con una scadenza abbastanza lontana che potrei fare, o potrei passare ad un altro? Ma tranquilli, eccomi qui.

"Lavoro, faccio tutto quello che serve e poi te spiccio pure casa"

Teoricamente nessuno mi obbliga. A parte una vocina nella mia coscienza. Che tra l'altro è quella che mi ha ricordato che non ho vent'anni, ma mi avvicino pericolosamente ai ventidue. Si tratta della stessa vocina che quando mi vede troppo rilassata sta lì a fare pat pat con piedino per terra. Ok, mi rimetto al lavoro.

Ovviamente, con questa mia vocazione al martirio spontanea, con questo stacanovismo di ritorno, con il mio essere workaholic, nella vita di fregature ne ho prese tante, tipo progetti di studio o di lavoro che dovevano essere di gruppo fatti solo da me. O tipo al liceo c'era questa amica per cui facevo i temi. Cose così.

"Ancora una tazza di caffè, così poi finisco anche il progetto che scade tra tre mesi" 
 Adesso è raro che io mi faccia sfruttare. Sono diventata un attimo più sveglia. Non troppo, perché non sia mai, però un pochino di più. Rimango comunque "affabala", come mi ha raccomandato mia nonna, "adà jess sembr affabala e disponibile, alla nonna, che la gente ti deve canoscere così" ["Devi preservarti affabile e disponibile, oh cuore di nonna, tanto che deveno essere le tue qualità distintive tra i popoli"].

E allora lavoro, lavoro sempre col sorriso, lavoro anche quando non me lo chiede nessuno. 

Si spererebbe a questo punto che il paradiso sia garantito, ma nein. Potrei sempre non aver lavorato abbastanza.

Vostra e sciagattante,
Platypus

3 commenti:

  1. La vocazione al martirio o semplicemente la sindrome del-non-so-dir-di-no.
    Lavorare pur sapendo di non aver nessun tipo di gratificazione o guadagno personale. Sarem sbagliate noi? O chi punta sempre su questa nostra debolezza ?

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    Risposte
    1. Citando la Madre: Nel dubbio lavora.

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    2. ...che non lo si fa mai abbastanza

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